Inserito da: tizianopascutto | 2 Giugno 2009

Troglobio, troglofilo e troglosseno

(Ho redatto questo testo sulla base della lezione La vita nel mondo ipogeo e la salvaguardia dell’ecosistema grotta. Elementi di Ecologia e Biospeleologia, che ho tenuto il 15 maggio per il 41° Corso di introduzione alla speleologia “Marco Ghiglia” (questa la locandina), organizzato dalla Scuola Nazionale di Speleologia C.A.I. e dal Gruppo Speleologico Biellese C.A.I.)

Non solo i profani, ma anche numerosi speleologi non hanno generalmente idee precise sulla vita del mondo ipogeo. È comunque noto a tutti che l’ambiente sotterraneo, una volta superata la zona di transizione nella quale giunge ancora una certa quantità di luce e di calore, ospita una fauna particolarmente specializzata a vivere in totale assenza di luce, scarsità di cibo, umidità relativa alquanto alta e, tra gli altri innumerevoli fattori ecologici, la mancanza di apprezzabili variazioni stagionali.

La fauna “cavernicola”, definita per convenzione troglobia, è essenzialmente composta da invertebrati di piccole dimensioni (insetti, aracnidi, crostacei, chilopodi, diplopodi, molluschi, ecc.). Per gli organismi che vivono in questi ambienti si utilizza una classificazione proposta da Pavan ed altri e poi riveduta e semplificata da Ruffo (1959). I “cavernicoli” vengono dunque suddivisi in quattro categorie principali:

  • Troglosseni: specie che si trovano in ambiente ipogeo solo accidentalmente, come quelli che cadono all’interno dei pozzi verticali o fluitati dalle acque.
  • Troglofili: specie che sono presenti con maggiore regolarità nell’ambiente ipogeo. Questa categoria comprende due distinti gruppi di animali.
  • Subtroglofili: quelli che si trovano in grotta o in ambienti artificiali solo in alcuni periodi della loro vita e non presentano adattamenti all’ambiente sotterraneo.
  • Eutroglofili: quegli animali che, pur manifestando una spiccata preferenza per l’ambiente ipogeo e possiedono inoltre alcuni particolari adattamenti morfologici e fisiologici, possono vivere e in alcuni casi riprodursi anche nell’ambiente epigeo.
  • Troglobi: organismi considerati “cavernicoli obbligati” cioè perfettamente adattati alla vita ipogea e non più capaci di svincolarsene. I troglobi svolgono l’intero ciclo vitale all’interno delle grotte o più precisamente del reticolo sotterraneo e presentano in maniera evidente vistose modificazioni morfologiche e fisiologiche rispetto alle specie epigee.

Gli organismi esclusivi delle acque sotterranee prendono invece il nome di stigobi (e, per analogia con i troglobi, vengono usati i termini stigofili – ed anche eustigofili – e stigosseni).

E ora qualche immagine:

Alpioniscus feneriensis è un piccolo crostaceo depigmentato e descritto da Parona nel 1880.  La specie è diffusa ampiamente in Piemonte e nelle Alpi Marittime francesi. Alcuni autori considerano quest’isopode terrestre come un elemento troglobio, mentre altri lo considerano eutroglofilo.

Sphodropsis ghilianii, (Coleottero Carabide) è una specie suddivisa in varie razze, presente in un vasto areale delle Alpi occidentali, dalle Liguri alle Lepontine.
Elemento silvicolo dei boschi di faggio ma anche, in tutto il suo areale (anche negli scisti), clasifilo specializzato che penetra anche molto all’interno nelle grotte, tanto da essere considerato eutroglofilo.

Gli adulti dei nematomorfi o gordiacei si osservano normalmente nei ruscelli a lento decorso, nelle pozzanghere e negli abbeveratoi. Hanno l’aspetto di filamenti lunghi una decina di centimetri e spessi poco più di un millimetro.
I gordiacei possono essere visti spesso aggrovigliarsi (da qui il nome di gordiacea, per allusione al nodo di Gordio). Le larve sono invece parassite di vari artropodi.
Nelle pozze di stillicidio e nei ruscelli delle grotte dell’Italia settentrionale si rinvengono occasionalmente, quindi, nonostante l’aspetto morfologico tipico dei troglobi, i gordiacei sono generalmente dei troglosseni


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